Il ferragosto di Einstein

Quando il tempo rallenta, certe emozioni diventano più visibili

E se Einstein avesse ragione anche a Ferragosto? Non voglio addentrarmi troppo nella fisica, naturalmente, oggi parlo del tempo della nostra quotidianità. Le giornate sono sempre di 24 ore ma alcune corrono più veloci, altre più lente. 

Einstein probabilmente non aveva in mente il 15 agosto quando elaborava la teoria della relatività. Eppure, mi sembra una metafora perfetta, la sua idea rivoluzionaria per la fisica ci aiuta a leggere qualcosa che conosciamo bene: il tempo non si vive sempre allo stesso modo.

Un’ora con qualcuno che amiamo può svanire in un attimo. Dieci minuti in attesa di una telefonata possono diventare infiniti.

→ Per i curiosi: emozioni, attenzione e motivazione possono realmente modificare la nostra percezione soggettiva del tempo. Una review del 2022 fa il punto sui meccanismi proposti. LINK

Poi arrivano giornate particolari, come Natale e Ferragosto, in cui sembra accadere qualcosa di ancora più strano, il tempo sociale rallenta, il lavoro si ferma, le città si svuotano, le serrande si abbassano, le abitudini si allentano, l’agenda, improvvisamente, si riempie di vuoti.

E forse, proprio quando il mondo intorno a noi fa meno rumore, diventiamo più sensibili a quello che succede dentro.

Non è il tempo a essere cambiato, è l’osservatore che cambia la sua percezione. Il nostro organismo vive immerso in una quantità di ritmi. Luce e buio sono certamente fra i più importanti, ma non sono gli unici, ogni giorno ci svegliamo a una certa ora, facciamo colazione (mi raccomando non rinunciate al pasto più importante della giornata!), usciamo, incontriamo determinate persone, lavoriamo, andiamo in palestra, mangiamo e torniamo a casa.

Giorno dopo giorno costruiamo una specie di metronomo della vita quotidiana.

In cronobiologia e psichiatria esiste un’espressione decisamente rigorosa e tedesca: social zeitgebers. Zeitgeber, in tedesco, significa letteralmente qualcosa come “ciò che dà il tempo”. Sono segnali e attività della nostra quotidianità — alzarsi, mangiare, andare al lavoro, incontrare persone, andare a dormire — che contribuiscono a dare regolarità alle nostre giornate e possono influenzare, direttamente o indirettamente, i nostri ritmi biologici. La social zeitgeber theory è stata studiata soprattutto in relazione ai disturbi dell’umore e suggerisce che, nelle persone vulnerabili, importanti alterazioni delle routine sociali possano contribuire a perturbare i ritmi circadiani.

Questo non significa che Ferragosto “sballi il nostro orologio biologico”. Significa però che quando cambiamo improvvisamente orari, pasti, sonno, attività e relazioni, togliamo alcuni dei punti di riferimento ai quali il nostro organismo è abituato e Ferragosto, da questo punto di vista, è un discreto sovversivo.

→ Per approfondire: Grandin, Alloy & Abramson, Clinical Psychology Review.

Arriva Ferragosto e con grande eleganza scientifica, manda tutto all’aria.

Ci svegliamo più tardi, mangiamo quando capita, incontriamo persone che magari non vedevamo da mesi oppure non incontriamo proprio nessuno. La città cambia rumore. Cambiano i negozi aperti. Cambia il traffico e non riconosciamo più nemmeno il nostro telefono. 

Quando diminuisce il rumore, aumenta il volume di ciò che prima era un lontano e impercettibile sottofondo.

Durante l’anno una parte enorme della nostra attenzione viene continuamente richiesta dal mondo esterno fino a quando arriva una giornata nella quale molte di quelle richieste improvvisamente scompaiono e  rimane spazio che in qualche modo pensiamo debba per forza essere riempito ma non è detto che sia per forza cosi. 

La percezione di questo spazio è relativa e dipende dall’osservatore:  per qualcuno significa leggerezza, per qualcun altro noia, per qualcuno libertà, per qualcun altro nostalgia, qualcuno scopre quanto gli piace stare da solo, quaalcun’altro si accorge che gli manca terribilmente qualcuno.

Lo spazio-tempo è lo stesso. Il significato no.

Ed è probabilmente qui che Ferragosto diventa interessante anche dal punto di vista biologico.

Il cervello non legge il calendario e tantomeno l’orologio che abbiamo al polso, legge i significati che attribuiamo a ciò che accade e che osserviamo. 

Essere soli, per esempio, non equivale necessariamente a sentirsi soli, possiamo desiderare per settimane una giornata finalmente tutta per noi e viverla magnificamente oppure possiamo trovarci in mezzo a una tavolata rumorosissima e sentire una distanza enorme dagli altri.

Il nostro cervello attribuisce grande valore alle informazioni sociali. Appartenenza, esclusione, sicurezza, conflitto, perdita: non sono soltanto concetti poetici. Quando una situazione viene interpretata come significativa o minacciosa, possono cambiare attenzione, vigilanza e risposta allo stress, coinvolgendo il sistema nervoso autonomo e l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e questo può coinvolgere il sonno, la digestione, la tensione muscolare, il battito cardiaco e persino al modo in cui percepiamo alcune sensazioni corporee.

Questo non significa che “è tutto nella testa” ma significa quasi il contrario ovvero la testa non è mai separata dal corpo.

A tutte queste dinamiche, ai giorni nostri, mettiamo un carico da novanta: i social network e il confronto. 

Apriamo il telefono e sembra che l’intera popolazione mondiale sia contemporaneamente in barca, davanti a un tramonto, con decine di amici super bellissimi e un bicchiere di vino straordinario ed introvabile in mano La realtà è spesso un’altra ma il nostro cervello si fida e sopratutto: fa confronti.

E così può comparire una distanza sottile fra la giornata che sto vivendo e la giornata che penso dovrei vivere e forse una parte del disagio che spesso affiora durante le grandi feste nasce proprio lì.

Non necessariamente dalla solitudine ma dall’aspettativa.

“Dovrei divertirmi.”

“Dovrei avere qualcuno.”

“Dovrei essere altrove.”

“Dovrei essere felice.”

E se togliessimo il “dovrei”?

Quando rallenta il tempo sociale, cosa emerge?

Magari scopriamo che abbiamo bisogno degli altri più di quanto pensassimo, oppure esattamente il contrario, magari sentiamo la mancanza di qualcuno, magari ci rendiamo conto che una certa compagnia non ci fa stare così bene, magari non emerge assolutamente niente e abbiamo semplicemente voglia di mangiare un gelato e va benissimo anche quello.

Sviluppare consapevolezza non significa necessariamente trovare un problema, significa accorgersi di quello che c’è senza avere bisogno di giudicarlo ed è forse questa la parte più interessante della relatività di Ferragosto.

Einstein ci perdonerà la metafora: il 15 agosto il tempo continua tranquillamente a fare il suo mestiere, siamo noi a cambiare ritmo.

E quando, per qualche ora, smettiamo di correre dietro agli appuntamenti, alle notifiche e alle cose da fare, può succedere qualcosa di curioso: riusciamo a vedere un po’ meglio dove siamo.

Se ci piace, godiamocelo, se ci manca qualcosa, mettiamoci in ascolto. E se scopriamo che la nostra idea di Ferragosto perfetto era molto più impegnativa del Ferragosto reale, possiamo anche farci una risata. In fondo, il 16 agosto Einstein avrà ancora ragione.

Buon ferragosto anche a te!

Dr. Roberto Camnasio

Lascia un commento