
Siamo appena entrati in dicembre e, puntuale come ogni anno, è arrivato il caos: traffico ovunque, parcheggi impossibili, la Brianza che sembra correre il doppio del solito. E poi loro, i corrieri. Furgoncini che sfrecciano da una parte all’altra con una quantità di pacchi che sembra aumentare a vista d’occhio.
Lo ammetto: anche io ordino diverse cose online. È comodo, veloce, ti toglie un sacco di pensieri. Però, tra un pacchetto e l’altro, mi è caduto l’occhio sul simbolo delle “POSTE”. E lì ho avuto un attimo di riflessione.
Perché una volta la posta aveva un altro sapore. Univa le persone. Penso alle lettere, alle cartoline, a quei pezzi di carta che non erano semplici oggetti ma gesti. Quando volevi dire qualcosa di importante a qualcuno a cui tenevi, scrivevi. Punto. E poi c’erano i telegrammi, quelli che arrivavano per le nascite o per i funerali: segni di presenza, vicinanza, partecipazione.
La posta, insomma, serviva per accorciare le distanze. Per tenere tutti più uniti.
Oggi invece? Oggi la cosa più “importante” che può arrivarti per posta è una multa o una comunicazione dell’Agenzia delle Entrate. E con la PEC ci siamo tolti pure l’ansia di aprire le famigerate buste verdi. Per il resto, nella cassetta della posta non trovi quasi più (quasi) nulla che abbia a che fare con le persone. Solo prodotti, acquisti, consegne.
È cambiato il paradigma. La posta non unisce più: isola (non me ne voglia Matteo Del Fante, non è una critica ma una constatazione dei tempi che cambiano e parlo di POSTA in senso generale del termine, intesa come corrispondenza)
Mi spiego meglio. Oggi per la maggioranza della volte la posta ti mette in relazione solo con il tuo atto di consumo, non con chi c’è dall’altra parte. Tutto avviene dietro uno schermo, in silenzio, in solitudine.
E sì, la consegna a domicilio è sicuramente comoda — non lo nego — ma forse dovremmo stare attenti a non farci risucchiare troppo da questa comodità.
Perché senza comunicare rischiamo di perdere ciò che ci tiene davvero umani: le relazioni, i gesti semplici, l’emozione di sentirci in contatto con qualcuno. Non serve tornare alle lettere, non necessariamente. Ma serve ricordarci che nessun pacco potrà mai sostituire una parola detta, un pensiero condiviso, una presenza reale.
Perché scrivo tutto questo su @NUTRIILTUOMOTORE®️ ? Perchè questa tendenza all’isolamento, tendenza o forse volontà di farci isolare sempre di più per aumentare i costumi, ha molto a che fare con la salute oltre che con il portafoglio.
In un mondo che consegna tutto, ricordiamoci di consegnarci un po’ anche agli altri. ❤️📮
Dott. Roberto Camnasio
Quanta realtà in questo scritto! Ormai non sappiamo più cosa voglia dire ASPETTARE una lettera, aprirla e APPREZZARE ciò che troviamo scritto, cercando di interpretare alcune parole scritte male e leggendo riga per riga fino ad arrivare alla firma. Arriva una mail, vediamo il destinatario e spesso eliminiamo, senza neanche aprirla! Viviamo in un mondo che ci obbliga alla frenesia, a vivere tutto con estrema fretta, senza poterci godere nessun momento, questo vale anche per le videochiamate, che annullano il piacere dell’INCONTRO, lo sgambio di SGUARDI, PROFUMI e SENSAZIONI. si riduce tutto a pochi secondi frettolosi dove non si riesce ad apprezzare nulla e si perde tutto, non resta attaccato molto! Dovremmo rispolverare quella che si definisce “pedagogia della lumaca” soprattutto per i bambini, che nella generazione attuale non hanno tutto computerizzato, velocizzato e non sapranno mai godersi ciò che i cinque sensi possono offrire! Il mondo attuale parla di integrazione, ma sta come hai scritto all’inizio, tutto questo, isola, non unisce!
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