
Negli ultimi anni il settore della farmacia ha vissuto una trasformazione profonda, spesso raccontata come un’evoluzione inevitabile verso modelli più “moderni”, più efficienti, più orientati al libero mercato. L’ingresso delle grandi catene e delle multinazionali – in particolare di matrice anglosassone – ha portato con sé promesse di innovazione, welfare aziendale, organizzazione manageriale e competitività sui prezzi. Promesse che, almeno in parte, si sono rivelate incomplete.
Oggi qualcosa sta cambiando. E il fatto che anche uno dei più grandi colossi americani delle cosiddette “farmacie-supermercato” stia rimodulando il proprio baricentro strategico è un segnale che merita attenzione.
Il limite del modello “solo retail”
La spinta verso una farmacia fondata prevalentemente su:
- logica del prezzo basso,
- massimizzazione del traffico,
- aperture h24,
- riduzione del costo del lavoro,
ha progressivamente snaturato il ruolo della farmacia stessa.
Un modello che funziona nel largo consumo, ma che mostra tutti i suoi limiti quando applicato alla salute.
La domanda da porsi è semplice (e volutamente provocatoria): si possono davvero fare sconti sulla salute?
I dati di mercato suggeriscono di no. In Europa, oltre il 70% dei cittadini dichiara di considerare il farmacista una figura sanitaria di fiducia, non un semplice retailer. In Italia questa percentuale è ancora più alta, complice una tradizione professionale storicamente fondata su competenza, relazione e consiglio personalizzato.
Quando la farmacia diventa esclusivamente un luogo di transazione, il valore percepito si abbassa. Il prezzo diventa l’unica leva competitiva. E quando il prezzo è l’unica leva, qualcuno paga sempre il conto: spesso il personale, la qualità del servizio e, alla lunga, la sostenibilità del modello.
Multinazionali: non il male, ma neppure la soluzione universale
È importante chiarirlo: la multinazionale non è il “nemico” da combattere.
Porta con sé strumenti evoluti di governance, processi strutturati, investimenti tecnologici e – in molti casi – sistemi di welfare avanzati.
Il problema nasce quando un modello pensato per altri settori viene applicato in modo rigido alla farmacia, senza tener conto della sua specificità sanitaria e sociale.
Nel settore farmacia, alcune catene hanno:
- favorito una crescita dimensionale rapida,
- creato strutture manageriali costose,
- spinto su KPI tipici del retail puro,
ma senza riuscire a generare un reale valore sanitario aggiunto.
Il risultato? Margini sotto pressione, turnover del personale, perdita di identità e, soprattutto, una crescente distanza tra farmacia e cittadino-paziente.
Il segnale che arriva dagli Stati Uniti
Il recente cambio di rotta di grandi player internazionali – come CVS Health – non è casuale.
Negli USA, dove il modello iper-retail è stato portato all’estremo, i numeri parlano chiaro:
- le vendite front-end stagnano o calano,
- i costi operativi aumentano,
- la fidelizzazione del cliente diminuisce,
- cresce la domanda di servizi clinici, prevenzione, assistenza territoriale.
Per questo motivo, CVS Health sta progressivamente spostando il focus verso:
- servizi sanitari integrati,
- presa in carico del paziente cronico,
- telemedicina,
- qualità del consiglio professionale,
- integrazione tra farmacia, cliniche e assicurazioni.
In altre parole: un ritorno alla cura.
Non per ideologia, ma per sostenibilità economica e rilevanza sociale.
La farmacia della cura: il vero tratto distintivo italiano
Per chi ha sempre creduto nella Farmacia dei Titolari, questa non è una sorpresa.
La farmacia italiana – quella autentica – ha costruito la propria forza storica su:
- qualità professionale,
- relazione umana,
- consiglio competente,
- responsabilità sanitaria verso la comunità.
Un modello che oggi torna ad essere attuale, perché risponde meglio:
- all’invecchiamento della popolazione,
- all’aumento delle cronicità,
- alla necessità di alleggerire il sistema sanitario pubblico,
- alla richiesta di prossimità e fiducia.
Secondo le stime di settore, i servizi di farmacia (screening, telemedicina, aderenza terapeutica, prevenzione) sono destinati a crescere a doppia cifra nei prossimi anni, mentre il semplice commercio di prodotti subirà una progressiva compressione dei margini.
Conclusione: non un passo indietro, ma un passo avanti consapevole
Quello a cui stiamo assistendo non è un ritorno nostalgico al passato, ma un’evoluzione più matura del modello farmacia.
La cura non è un’alternativa al business: è il business sostenibile della farmacia.
Se anche i grandi colossi internazionali se ne stanno rendendo conto, forse significa che:
- le persone sono più consapevoli di quanto si pensasse,
- la fiducia non si compra con uno sconto,
- la salute richiede competenza, tempo e responsabilità.
Speriamo davvero che questo cambio di rotta non sia solo una moda strategica, ma l’inizio di una nuova stagione in cui la farmacia torni ad essere, prima di tutto, un presidio di cura.
Dr. Roberto Camnasio